Quello che i bambini non vi diranno mai (ma che dovete assolutamente sapere)

Quello che i bambini non vi diranno mai (ma che dovete assolutamente sapere)

“Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini”
Dante Aligheri

 

 

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Incontrai Silvia qualche anno fa in una scuola durante un’ora di supplenza. Avevo parlato ai ragazzi delle problematiche degli adolescenti e lei durante l’intervallo mi si era avvicinata. Era timida e impacciata, con le spalle incassate e ricurve, parlava con un filo di voce: stava chiedendo aiuto e aveva paura.

Mi raccontò della sua famiglia e dalle sue parole traspariva tutto il senso doloroso di esclusione che provava.dolore

Veniva quotidianamente rimproverata e punita dal padre, era la figlia “maldestra”, quella che non ne faceva una bene. E lei viveva nel terrore di scatenare l’ira del padre, che  le urlava e la puniva duramente per ogni nonnulla, e la gelida reazione della madre, che si limitava a guardarla con  disprezzo ad ogni “errore”. I fratelli minori, di cui lei spesso si doveva occupare, non ricevevano lo stesso trattamento e questo la faceva sentire dolorosamente diversa.

Spesso pensava “Sono stata adottata come dicono i miei fratelli”, ma non era dato sapere su questo perché quando lei chiedeva ai propri genitori se fosse vero, loro rispondevano con un’alzata di spalle.  In seguito venni a sapere che la sua nascita aveva costretto due ragazzi che non si amavano abbastanza a divenire genitori in un’età in cui la preoccupazione più importante è strappare un voto decente all’università.

lightning-232516_960_720A volte alcune famiglie hanno “bisogno”  di scaricare le proprie aggressività su uno dei  componenti che viene sistematicamente ad assumere il ruolo di parafulmine dei malumori e delle insoddisfazioni interne. Il cosiddetto “capro espiatorio”. Questo è un processo quasi sempre sotterraneo e inconsapevole e per questo insidiosissimo.

Una cosa che i bambini e i ragazzi non diranno mai ai loro genitori è che in situazioni del genere loro si sentono rifiutati e per questo diversi. Sentirsi esclusi da un gruppo significativo come la famiglia o il gruppo dei coetanei  è una delle cose più dolorose che un bambino possa provare.

Non è difficile capirne le ragioni: se consideriamo la storia della nostra specie, in tempi primitivi solo il gruppo garantiva sicurezza e cibo, solo al suo interno c’era una garanzia di sopravvivenza. L’essere esclusi o il fatto di non appartenere ad un gruppo lasciava l’individuo solo ad affrontare pericoli e sfide.

Ma quali sono le ragioni per cui un figlio può divenire un bersaglio all’interno del proprio nucleo familiare?

people-316500_960_720Perché è un bambino che disturba. Disturba ad esempio  perché delude e non corrisponde alla rappresentazione del figlio ideale che i suoi genitori hanno nella loro  testa a causa di una malattia o un ritardo scolare o una caratteristica fisica. Diventa così inconsapevolmente il sigillo dell’ inadeguatezza dei suoi genitori.

Disturba perché è un bambino non desiderato responsabile di una coppia che non voleva essere tale. Disturba perché ricorda alla madre il padre che tanto le ha fatto del male  o che l’ha abbandonata o tradita.

Disturba perché è tanto simile ad un componente della famiglia d’origine  (es. un nonno) con cui un genitore ha un conto in sospeso.

Disturba perché impedisce ad un genitore di essere libero di andarsene da casa.

E’ un bambino bersaglio, di cui si devono correggere i difetti perché righi dritto. Si dice che è una delusione, che è responsabile del disagio dei genitori: “Questo bambino fa sempre delle schiocchezze, non ne fa una giusta. E’ la mia disperazione!”.

E così il bambino entra in una spirale pericolosa: si critica il bambino perché è goffo e lui diviene sempre più “imbranato”. Non lo si critica perché è maldestro, è diventato maldestro perché lo si è continuamente criticato.

Un modo molto banale e diffuso per esprimere la violenza in una forma socialmente accettabile è affibbiare al bambino un soprannome ridicolo.

Carlo mi raccontò in seduta ancora con grande vergogna di quando, durante i pranzi con la famiglia allargata, tutti ricordavano ridendo che lui era il “piscia- a- letto” della famiglia e l’ “imbranato”, quello che non sapeva giocare a pallone come gli altri e che era sempre pigro e lento. Nessuno si era mai accorto del senso di umiliazione e di rabbia che aveva sempre provato boy-666803_960_720Carlo di fronte a quella gogna familiare.

Nessuno aveva mai capito che la sua ostinazione nello studio e nello sport era il suo modo di combattere quella vergogna che lo aveva sempre attraversato. Quel doloroso senso di diversità.

Succede anche che un figlio abbia un talento in più rispetto ai suoi genitori: è troppo dotato, troppo sensibile, troppo creativo. Si elimina allora quello che ha di meglio per non vedere le proprie mancanze. “Sei un fallimento!”, gli si dice. E il bambino finisce per diventare insopportabile, così il genitore ha una buona ragione per maltrattarlo. Con il pretesto dell’educazione, si cancella nel proprio figlio il talento che non si possiede.

In tutti i casi, i bambini sentono di deludere i propri genitori, di farli vergognare, di non essere abbastanza bravi. E si danno la colpa di tutto ciò. Cominciano a pensare cose come: “Io sono sbagliato!”, “Sono indegno”, “Sono inutile”, “Non sarei mai dovuto nascere”, “Sono una vergogna!”.

I bambini si accollano il peso delle aggressività e delle cose irrisolte dei loro genitori.

chain-690088_960_720Il rischio è che continuino ad avere questi pensieri per tutta la vita. Pensieri che sono insidiosi e autodistruttivi perché rimangono voci critiche e punitive al di sotto della consapevolezza. E lì, a livello inconsapevole, queste voci compiono un sistematico sabotaggio della persona.

C’è anche un altro pericolo estremamente concreto: quel bambino una volta divenuto genitore può riproporre lo stesso atteggiamento nei confronti dei propri figli, divenendo così un anello di una catena generazionale di rabbia, odio e paura.

Ed è capire questa catena transgenerazionale l’unico modo per spezzarla. E’  necessario capire che quasi mai un genitore, per quanto aggressivo, vuole  nuocere al proprio figlio. Molto probabilmente quel padre e quella madre sono stati a loro volta bambini non ascoltati. Bambini aggrediti, seppur “solo” psicologicamente. Se ci fermiamo allo sdegno e alla rabbia verso i genitori non possiamo veramente aiutare questi bambini a spezzare le catene di sofferenza di cui sono l’ultimo anello.

Credo fermamente che la comprensione dei comportamenti individuali non possa essere disgiunta dalla comprensione delle storie familiari. E’ necessario portare comprensione in queste famiglie, non ulteriore odio. Di odio c’è n è già stato fin troppo.

E in tutto ciò ci vengono in aiuto le neuroscienze che ci incoraggiano con un’ottima notizia: è stato dimostrato nel 2000 dallo scienziato Eric Kandel che il nostro cervello è plastico e può modificarsi per tutta la vita.

Questi bambini possono fare incontri fortunati quindi, magari con un insegnante sensibile che è capace di ascoltare il loro dolore. Questo può essere l’inizio di una rinascita, di un viaggio interiore per riconquistare il senso di sé e la concezione del proprio valore personale.

Per perdonare se si può, perché una delle cose che distingue l’homo sapiens dalle altre specie è  la sua capacità di saper perdonare, saper andare oltre.  La natura ci ha dotati della straordinaria capacità di sopravvivere nonostante tutto e di cambiare l’idea che abbiamo di noi stessi. Sempre. La vita è piena di occasioni di cambiamento, di alchimie di incontri rivoluzionari.


Di nuovi e inaspettati
inizi. Di persone che ci possono aiutare a spezzare le catene.chain-297842_960_720

 

Barbara Cicconi, Blog mind.

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