Perché è così difficile dire di no alle richieste degli altri?

Perché è così difficile dire di no alle richieste degli altri?

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“Un no pronunciato con convinzione è molto migliore di un sì pronunciato unicamente per compiacere o, ancora peggio, per evitare problemi.”
Mahatma Gandhi

donna-arrabbiata“Anche oggi mi hanno fatto l’ennesimo torto al lavoro! Continuano a sfruttarmi dandomi incarichi che non mi spettano e in più faccio un mucchio di straordinari non pagati. Sono veramente stufa, ma non riesco ad oppormi e non capisco perché! A  casa sono arrabbiatissima, ma quando sono davanti al mio capo è come se ci fosse un black out, mi paralizzo e non riesco più a difendermi!”.

Anna*così mi raccontava la sua “Titanic lavorativa”: si sentiva sfruttata dal capo, tornava a casa infuriata, ma poi il giorno dopo ricominciava regolarmente a sottomettersi al suo superiore che, guarda caso, con quel tono di voce autoritario e lo sguardo burbero, le ricordava tanto la madre, una donna dispotica e prepotente…

 

Ma, cosa ci spinge a non riuscire a dire di no? Perché è così difficile dare limiti agli altri?

Normalmente la difficoltà di dire di no non è qualcosa che nasce dal nulla, ma una tendenza ad agire (o meglio a non agire) che si origina nell’infanzia, nel rapporto con le figure importanti della nostra vita. Possiamo vederla come una modalità di adattamento del bambino ad un certo clima familiare: i cuccioli della nostra specie sono inermi di fronte ad un genitore autoritario e non hanno molta altra scelta che sottomettersi al suo volere (Young, Klosko, 2004).

 

E’ importante quindi da adulti rendersi conto della sottomissione diretta o indiretta subita da bambini, ricordandosi che ciò non è indice di debolezza, ma anzi al contrario può essere stato l’unico modo di andare avanti nella propria famiglia.

 

Quasi mai poi un genitore sottomette un figlio in modo intenzionale e sadico. Semplicemente ognuno, se non ne è consapevole, tende a replicare automaticamente (o ad opporsi strenuamente a) ciò che ha visto fare ai propri genitori.

 

Ma che tipo di genitori tende a sottomettere un figlio rendendogli difficile in futuro dare limiti agli altri?

sottomissione

Ad un estremo troviamo il genitore rigido, severo e controllante, che trasforma la casa in una prigione.

 

Il figlio ubbidisce per paura, ma dentro continua a covare rabbia. Il risentimento, ai confini con l’odio, può anche salire in superficie durante l’adolescenza, con la complicità di un corpo più forte e della spinta degli ormoni.

 

Così Luisa*, una mia conoscente ribelle da una vita, mi ha descritto il burrascoso rapporto con il padre:

Da piccolina mi rifugiavo sotto il letto quando tornava a casa perché non sapevo mai come sarebbe stato il suo umore…Poi con gli anni sono uscita da quel letto e sono stati scontri. Quell’uomo non mi faceva più paura e volevo dimostrarglielo!”.

 

Quel bambino impaurito può divenire così un giovane che si ribella al genitore esterno e interno, opponendosi a tutto ciò che rappresenta la regola e l’autorità, in una continua lotta contro nemici reali e immaginari.

 

Oppure, da adulto, il figlio impaurito può continuare a provare una profonda paura verso le persone percepite come aggressive, con il risultato di sottomettersi molto spesso ai prepotenti per evitarne le reazioni.

giudiceUn’altra tipologia di genitore che può creare un tema di sottomissione nel figlio può essere quello critico, che riprende il bambino ogni volta che cerca di essere se stesso.

 

Questo è un genitore che plasma la volontà del figlio con il fuoco lento del ricatto affettivo, del senso di colpa e della vergogna (“Vergognati per quello che fai… i tuoi cugini sono bravissimi a scuola e tu solo sufficienze!”;“Sei un egoista!”;“Ho fatto così tanto per te!”).

 

Questi genitori hanno segretamente il mito del figlio perfetto e pensano veramente in cuor loro che forgiare un figlio a propria immagine e somiglianza sia un bene per il bambino. Purtroppo sono incapaci di sintonizzarsi sui reali bisogni e sulle esigenze del figlio, che viene narcisisticamente visto come una loro estensione.

 

Una proprietà privata di cui disporre a piacimento, non un essere umano separato, con proprie caratteristiche e desideri. Un bambino-robot da programmare e riprogrammare.

 

Una delle possibili conseguenze è che quel bimbo continuamente criticato può divenire a sua volta un adulto critico e severo con se stesso o con gli altri, rendendo la vita dei propri cari veramente difficile. Oppure, altra possibile deriva, un adulto irresistibilmente attratto da partner critici simili al genitore.

 

E così l’antico mostro dell’ ipercriticismo continua a trovare cibo per sfamarsi e riprodursi.

vino

Ultima tipologia di genitore che sottomette può essere quello bisognoso in quanto vulnerabile perché depresso, malato o alcolista.

In uno scenario fin troppo comune nei figli di genitori alcolisti o depressi, Luca* ha dedicato gran parte della propria vita a prendersi cura della madre depressa e alcolista. Come tutti i bambini “genitorizzati”, fin da piccolo ha assunto il ruolo di genitore per la madre, accudendola per garantirsi inconsciamente un minimo di vicinanza con lei.

 

Luca oggi è divenuto un codipendente, una persona che continua a cercare compulsivamente persone bisognose da aiutare, passando da una relazione disastrosa all’altra.

 

Una madre depressa così un giorno mi parlò del rapporto con la figlia:

 

So che può sembrare strano ma io mi sento al sicuro solo se ho accanto a me mia figlia…con lei faccio molte cose che da sola non farei mai. Non riesco nemmeno a immaginare cosa potrebbe accadere quando inizierà ad andare a scuola!”.

 

Quindi, come spezzare da adulti la catena della sottomissione?

Per prima cosa è importante entrare in contatto con il bambino sottomesso che è in noi, guardandolo non come una parte debole, ma anzi come un bimbo da comprendere: ha trovato il modo di adattarsi ad un contesto familiare difficile in un periodo in cui era inerme e non aveva tante possibilità di agire.

 

Divenire poi consapevoli che oggi da adulti non si è più impotenti, ma si si è liberi di scegliere come entrare in relazione con l’altro. Per fare ciò è necessario un atto estremo di compassione verso se stessi e il bambino che siamo stati.

 

E’ importante inoltre capire la nostra difficoltà a dare limiti nel presente:

 

cosa temiamo se diciamo la nostra? Abbiamo paura che l’altro reagisca e ci aggredisca in qualche modo? O piuttosto vogliamo evitare un abbandono? O semplicemente temiamo di far soffrire l’altra persona e non tolleriamo i sensi di colpa?

 

La consapevolezza delle ragioni profonde del nostro comportamento è uno dei primi passi verso la libertà di essere se stessi e un atto doveroso verso la via del cambiamento e della pace interiore.

cuore

 Barbara Cicconi, Blog mind.

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